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“Lo domanderò alla Montagna” ha vinto nel 1999 il premio come miglior
cortometraggio al Festival della montagna di Autrans (Francia) ; ha vinto
il Festival Internazionale del Turismo e tempo libero nel 2000 (sezione
Sport e Avventura); è stato selezionato come uno dei 20 migliori film
della Montagna dell’ultimo quinquennio al Katmandu Mountain Festival;
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Il cortometraggio è stato selezionato tra i finalisti in
numerosissimi Festival tra cui il Festival della Montagna di Trento, di
Graz, di Torello, a Popgrad ed altri ancora.
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Il cortometraggio è nato dall’incontro del regista con Ermanno
Salvaterra, scalatore e (a sua volta) regista di film della montagna. Il
tutto per puro caso e per il paicere di fare qualcosa insieme. Francesco
Paladino ha subito trovato molto poetiche alcune immagini che Ermanno
aveva girato dello scalatore Bruno Detassis; erano immagini che erano
state girate più per divertimento che per un vero fine. Paladino iniziò a
lavorare su queste immagini, accentrando l’attenzione sul solo Detassis.
In lui iniziò a vedere il “prototipo” di tutti gli uomini della montagna.
Un personaggio unico, che tra le rughe nascondeva un intero mondo. E
rimase letteralmente affascinato dalla sfida che lui alla avanzata età di
ottantanni voleva portare alle montagne del Trentino, quella da lui più
conosciute, perché le aveva scalate fin da giovane. La scalata di Detassis
era come il ripercorrere una intera vita. E aggrapparsi a quelle rocce era
come aggrapparsi ai ricordi. E giungere alla vetta era un riaffermare la
propria vita. Le immagini di Salvaterra si sono legate così alla poetica
di paladino in modo naturale e magico. E Detassis quando vide per la prima
volta il film a Trento ebbe un momento di vera commozione.
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Paladino, prima di girare “Lo domanderò alla montagna” scrisse un
libro (un pocket) che si chiamata “Trattato poetico di vulcanologia” una
storia assai poetica di uno scalatore di vulcani. Proprio questo libro
(mai tradotto in inglese) ha siglato l’attenzione del regista per la
montagna. E precisamente il rivalutare il gesto atletico come gesto
dell’anima.
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Sono assai contento del film e che molta gente lo apprezzi. Ricordo
con grande soddisfazione le parole che Rebecca Martin (National Geographic)
scrisse a commento della pellicola. Erano veramente sincere ed erano
semplici come i gesti del vecchio scalatore.
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La poesia è in tutte le cose del mondo. Ma non in tutti i gesti
dell’uomo. Accorgersi di una poesia è come guardare le lucciole in una
notte buia.
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Grazie ancora per l’attenzione per il mio lavoro e nella speranza di poter
seguire il Tour nelle tappe più accessibili.
Francesco Paladino
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